"D'improvviso il cielo fu oscurato da un'aquila. Le sue piume nere, quasi viola, lucenti formavano un mobile sipario fra le nubi e la terra. Appesi ai suoi artigli, un elefante e una tartaruga, anch'essi immensi e irrigiditi nel terrore, sfioravano le cime. Sembrava che l'uccello si apprestasse a usarle come punte di coltelli per sventrare le sue prede. Solo a tratti balenava l'occhio fisso dell'aquila, dietro le folte fronde di qualcosa che teneva stretto nel becco: un ramo lunghissimo. Neppure cento strisce di pelle di vacca sarebbero bastate per avvolgerlo.
"Garuda volava e ricordava. Pochi giorni prima era uscito dall'uovo e già molti eventi si erano accumulati. Volare era il modo migliore per pensare, per ripensare. Chi aveva visto per primo? Sua madre Vinata. Bellissima nella sua piccolezza, seduta su una pietra, assisteva allo schiudersi dell'uovo, ostentando passività. Fu il primo occhio che Garuda fissò. E seppe subito che era il suo occhio stesso. Vi riconobbe sul fondo una brace sfiorata dal vento. La stessa che sentiva ardere sotto le sue piume".